CRONACHE DEL NOSTRO TEMPO

Cari amici, come vi capisco! Non so più da quanti giorni siete chiusi in casa a causa di questa orribile epidemia. Io sono in Francia, a Cannes, sto tentando di scrivere un nuovo libro e da qualche giorno anche io sono bloccato tra quattro mura. Comincio a capire ora come la limitazione della libertà possa essere traumatizzante…

Otto passi in una direzione, sei nell'altra. In tutto, meno di 50 metri quadri. Ecco lo spazio nel quale vivo ai tempi del Coronavirus. Sia chiaro che la mia non è una prigione, si tratta di un monolocale bene attrezzato, con tutto quello che serve. Il problema sta nel fatto che di qua non posso uscire, per questioni di sicurezza verso gli altri e verso me stesso.

cannesNon sono solo, fortunatamente: qualcuno si prende cura di me e non da adesso. Ogni mattina mi dà il buongiorno, mi invita a prendere insieme la prima colazione, mi dà le ultime notizie su ciò che accade là fuori. È sempre lei che, quando occorre, esce di casa, mascherina sul volto e mani protette dai guanti, e si reca a fare la spesa o a sbrigare qualche piccola faccenda. Insomma, fa di tutto per proteggermi, per non farmi uscire di casa, per evitare che mi esponga al contagio.

Onestamente, non mi manca nulla. Ma nonostante ciò, avverto il peso dell'isolamento, della mancanza di libertà di movimento. L'esiguità dello spazio a disposizione, le quattro pareti che mi circondano, mi danno a volte la sensazione di essere prigioniero. Non ho un calendario e, dopo i primi giorni di… reclusione, mi sono detto che dovevo trovare un modo per contare il tempo che passa. Mi è venuto in mente un vecchio film americano con Burt Lancaster, L'uomo di Alcatraz, in cui il poveretto, rinchiuso nel braccio della morte del celebre carcere (ogni riferimento alla situazione attuale è puramente casuale), scandisce il tempo incidendo su una parete della cella dei piccoli segmenti paralleli, sbarrati da un segno diagonale. Sette in tutto. Così riesce a rendersi conto dei giorni e delle settimane trascorsi in isolamento. E poi, nello stesso film, sempre lo stesso Burt Lancaster trova sollievo alla propria solitudine 'adottando' un uccellino che viene a1 posarsi ogni mattina sulle sbarre della finestra della sua cella.

Mi sono sembrate due ottime iniziative per riempire le vuote ore della solitudine. Come prima mossa ho pensato di fare la conta dei giorni, ma mi sono accorto che faccio prima a prendere un appunto sulla mia agenda o sul computer, anzichè fare incisioni sui muri. Quanto all'uccellino da adottare, qui vedo volteggiare solo enormi gabbiani affamati: meglio lasciar perdere.

Mi accontento allora di guardare fuori dalla finestra, anzi dal balcone, perché ho dimenticato di dirlo prima: qui c'è un balcone, con una lontana vista sul mare. Oggi c'è il sole, il cielo è azzurro e IMG 1074se riesco ad astrarmi un po', a dimenticare la situazione in cui come tanti altri sono costretto a vivere, mi sembra di guardare un altro mare, quello della mia città, della mia infanzia. Posso perfino sentire nelle narici il forte profumo dell'Adriatico. E la mente si mette a vagare tra i ricordi, mi riporta davanti agli occhi immagini lontane, volti cari, situazioni che avevo quasi dimenticato di avere vissuto.

Ecco, questa è un po' la mia ora d'aria. Certo, non vedo nessuno circolare, non c'è anima viva in giro. Fino all'altro ieri qualcuno portava a spasso il suo cagnolino, qualcun altro andava a fare la spesa, incontrava un amico o un'amica. Ora non c'è più il minimo segno di vita.

A volte ho voglia di compiangermi, mi dico che vivo in terra straniera, sono un immigrato, un esiliato… Poi mi rendo conto di esagerare. In fondo vivo a Cannes, in Francia, a pochi chilometri dall'Italia. Certo, qui non c'è il flash-mob, non ci si può affacciare al balcone per cantare Fratelli d'Italia insieme agli altri e sbattere pentole e coperchi per sentirsi vivi, nonostante il maledetto virus.

Qui è tutto più pacato, composto, perché c'è sempre qualcuno a mormorare che poi, alla fine, il ne faut pas exagérer, quand-même! Allora mi guardo intorno, apro il frigo, vedo che cosa posso inventarmi per la cena. E poi, stasera come ogni sera, Netflix, mano nella mano. O un bel libro. Perché leggere fa bene!

Non vedo l’ora di stare di nuovo con voi per cantare e ridere, bere un bicchiere e darsi la mano, abbracciarsi e, perché no?, dire cazzate.

Letto 358 volte Ultima modifica il Mercoledì, 18 Marzo 2020
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Bepi Marzulli

Barese di nascita, studi superiori a Torino e Roma, la sua città di adozione, Bepi Marzulli è iscritto all'Albo dei Giornalisti dal 1977. Le origini familiari, radicate nell'imprenditiorialità di cinema e teatro, gli hanno consentito, giovane studente universitario, di accostarsi al mondo dell'editoria scrivendo numerosi soggetti e sceneggiature per la più importante casa editrice di fotoromanzi, la Lancio, di cui, anni dopo, è stato Direttore Generale. Ha lavorato per molti anni a Parigi, a capo della Rusconi France, dirigendo riviste di moda come Femme e Mariages, di arredamento, Décoration Internationale, e di archeologia come L'Archéologue e Archéologie Nouvelle

Tornato a lavorare in Italia, ha creato e dirige da oltre vent'anni Axioma, una società di outsourcing editoriale che produce periodici e contenuti giornalistici per Editori come Mondadori, Rizzoli Rcs, Cairo. Collabora con varie testate, scrivendo di vari argomenti tra cui enigmistica e gastronomia.

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